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tartufo e iva

TARTUFO E IVA: Spieghiamo i paradossi di una legge che “affonda” il settore e avvantaggia il resto d’Europa.

Chiariamo i motivi per cui l’Unione Europea ha “segnalato” l’Italia ritenendo questa legge incompatibile con la legislazione europea.

La posizione di Urbani Tartufi, azienda leader del settore con il 70% di quota di mercato mondiale.

In questi giorni è tornato di estrema attualità il tema della tassazione a cui è assoggettato il tartufo in Italia. La petizione, presentata all’Unione Europea dall’europarlamentare Alberto Cirio insieme ad altri rappresentanti del settore, è stata infatti giudicata ammissibile dalla Commissione continentale.
“Al termine dell’istruttoria”, come riferisce l’avvocato che ha redatto la petizione, Roberto Ponzio, “potrebbe essere avviata una procedura d’infrazione comunitaria nei confronti dell’Italia volta a sanare la discriminazione che danneggia il tartufo italiano”.
La petizione sui tartufi era già stata consegnata al presidente del Parlamento europeo, Martin Shulz, in occasione della sua presenza in Italia ad ottobre. Schulz aveva ritenuto inammissibile una discriminazione di questo tipo tra paesi Ue e, anche grazie al suo pensiero, la petizione aveva superato il primo vaglio di ammissibilità. Bruxelles ha poi ritenuto fondata la richiesta ed ha già scritto al governo italiano per avere un chiarimento in merito. Il fatto che a Roma ci sia Andrea Olivero, Viceministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
che ha preso cosi’ a cuore questo problema,  fa ben sperare in una risoluzione definitiva del problema.

Il tema della discussione, non è purtroppo nuovo agli operatori del settore, l’Azienda Urbani Tartufi, che rappresenta circa il 70% della quota di mercato mondiale, sta portando avanti questa battaglia da anni e, se finalmente verrà modificata l’attuale legislazione, sederà al tavolo delle trattative.

Cerchiamo di spiegare in parole semplici l’argomento di questa diatriba e in che modo l’attuale legge italiana danneggia il mondo del tartufo.

I tartufi da sempre vengono riconosciuti come un bene di lusso per il loro prezzo elevato. Il motivo per cui il prezzo è così elevato va analizzato molto bene perché va oltre la natura e la rarità di questo gioiello della terra.

Innanzi tutto il tartufo in Italia non è considerato un prodotto agricolo e quindi l’IVA viene calcolata al 22% e non , come nel resto dei prodotti agricoli, al 4%. Eppure il tartufo, nonostante la denominazione latina di tuber, non è un tubero ma un fungo ipogeo ovvero un fungo che cresce sotto terra ed è un paradosso che i funghi siano considerati prodotti agricoli e il tartufo no. Il legislatore, ben a conoscenza della vera natura del tartufo, nella lista dei prodotti agricoli, alla voce “funghi”, ha ben visto di aggiungere “eccetto i tartufi”.

In Europa non funziona così, in Francia, in Spagna, in Slovenia, in Bulgaria, in Romania, ad esempio, paesi grandi produttori di tartufi che stanno uccidendo il nostro bel paese, l’IVA sui tartufi è al 4% , così anche negli altri Paesi europei. Questo permette ai produttori di applicare prezzi notevolmente più bassi.

Oltre a questo, argomento di discussione è la legislazione che regola l’acquisto dei tartufi. Attualmente L’IVA sull’acquisto di questi pregiati funghi ipogei, non è detraibile quando a vendere questi prodotti sono cavatori occasionali (che in Italia, con tesserino, se ne contano 400mila), quindi per il compratore (che deve comunque versare l’imposta senza poterla detrarre), si tratta di un costo in più. Oltre a questo non va dimenticato che circa il 20% del peso viene perso durante lo spazzolamento della terra.

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Perché l’IVA non è detraibile? Entriamo adesso in una spiegazione più tecnica. Il regime speciale IVA sulla cessione dei tartufi effettuata da operatori non titolari di partita Iva (i cavatori occasionali di cui sopra), disciplinata ai sensi dell’art.1, comma 109, della legge 311/2004 (che si affianca alla legge quadro n°752 del 16/12/85) stabilisce che quando ad acquistare i tartufi da cavatori occasionali è un soggetto esercente attività d’impresa, questi sia obbligato ad emettere un’autofattura senza specificare le generalità del cedente ed è tenuto a versare all’erario, senza diritto di detrazione, gli importi dell’IVA relativi alle autofatture emesse. La cessione di tartufo non obbliga il cedente raccoglitore dilettante ed occasionale non munito di partita Iva, ad alcun obbligo contabile.

Per i più esperti in materia di fisco potremmo riassumere dicendo che il principale motivo di censura evidenziato nella denuncia  inoltrata alla Commissione europea, riguarda il fatto che tale norma, poiché prevede l’applicazione dell’Iva in reverse charge (inversione contabile), si pone fuori dal campo di applicazione dell’IVA per via della carenza di soggettività passiva del cedente.

A questo proposito richiamiamo l’importante articolo del Prof.Benedetto Santacroce pubblicato dal SOLE 24 ORE visibile qui.

A tutto questo dobbiamo aggiungere che, in questo regime speciale, colui che acquista i tartufi ed emette autofattura senza possibilità di detrarre l’IVA, vede anche preclusa la possibilità di rivendere il prodotto in regime di esenzione dell’IVA. Di conseguenza al tartufo acquistato, sarà addebitato al momento della vendita, un ulteriore 22% a titolo d’IVA con una evidente e gravosa duplicazione di imposta. Questo comporta una tassazione pari al 44% ripartita in egual modo tra il commerciante e il consumatore.

Facciamo un esempio per spiegare meglio: Se io, azienda, acquisto un tartufo del valore di 100 euro da un cavatore “della domenica” che non ha quindi partita iva e non può rilasciare fattura, sono obbligato ad emettere un’autofattura di 122 euro (100 euro + 22% di IVA). Non potrò però detrarre l’IVA e anzi, dovrò aggiungere un altro 22% al momento in cui venderò il tartufo ad un cliente. Il tartufo finale costerà quindi alla mia azienda, di partenza, senza considerare tutti gli altri costi, circa 150 euro. Un commerciante bulgaro arriva agli stessi clienti di Urbani con lo stesso tartufo ad un prezzo di 104 Euro… impossibile ogni competizione.
Per finire il tartufo, non essendo riconosciuto prodotto agricolo, non giova delle agevolazioni dell’Europa su eventuali rimboschimenti. In Italia esistono nove varietà di tartufo di cui otto possono essere coltivate (il tartufo bianco no). E’ risaputo che i tartufi crescono sotto alcuni alberi specifici come la quercia ed il pioppo; per le specie coltivabili, se fossero riconosciute come prodotti agricoli, sarebbe possibile usufruire dei fondi europei destinati ai rimboschimenti di tali piante.

“La nostra Azienda”, dice Olga Urbani, owner/manager della Urbani Tartufi  “ha fin dall’inizio evidenziato i paradossi  che l’attuale legislazione in materia di tartufo presenta.
Il nostro Paese è l’unico ad avere un’aliquota al 22%, se continuiamo con questo spaventoso “GAP”, il tartufo italiano è solo destinato a morire.
Oltre a questo trovo davvero incredibile come il legislatore abbia previsto multe e verbali alle aziende che acquistano tartufi da cavatori occasionali perché non vengono specificati i nomi dei fornitori come invece impone la normativa sulla Haccp, quando, lo stesso legislatore, ha sancito che il nome del fornitore di tartufo debba rimanere anonimo. A chi dare retta?
Prendiamo verbali da una parte e dall’altra, tutti a loro modo hanno ragione nel farlo, ma l’ingiustizia si annida in una normativa contraddittoria, lacunosa e  contraria al bene del paese.
Se, come sembra ci si stia muovendo, la normativa verrà finalmente cambiata, l’intero sistema Italia ne uscirà fortemente avvantaggiato.

tartufo1L’Italia infatti, anche nel settore tartufo, tornerebbe ad essere estremamente competitiva nei confronti degli altri paesi comunitari che fino ad oggi hanno usufruito di uno scorretto vantaggio, tra l’altro, paradossalmente introdotto proprio dal Governo italiano con una normativa inqualificabile.
Ci aspettiamo che la nuova legge preveda un adeguato tetto di riconoscimento dei costi per i cavatori, che fino ad ora non è mai esistito e che l’aliquota torni al 4%, come in tutta Europa.
Per la questione IVA, tutto l’indotto ne beneficerebbe, a discapito delle altre nazioni europee che tornerebbero ad avere un’Italia competitiva.
Ad oggi abbiamo un grande “mercato nero” del tartufo che non paga le tasse poiché ritiene il 22% troppo oneroso, mentre verrebbe facilmente pagata un’aliquota al 4% e, così facendo, tutto il sommerso entrerebbe nelle casse dell’erario.
In caso contrario si alimenterà soltanto il mercato nero e le altre nazioni europee faranno sparire l’Italia.
Infine, correlato a tutto ciò che ho appena esposto, auspichiamo il riconoscimento del tartufo come prodotto agricolo, questo, oltre all’automatica revisione degli aspetti IVA di cui si è detto, produrrebbe altri importanti stimoli al settore.
Solo per citarne uno: è ormai acclarata la possibilità di coltivare il tartufo estivo attraverso la coltivazione di piante micorizzate. Queste piante scontano però l’onere di lunghi tempi di rientro per naturali esigenze di crescita. Bene, se il tartufo fosse un prodotto agricolo, potrebbe beneficiare di tutta quella serie di sostegni dedicati all’agricoltura agevolandone la coltivazione  e aumentando la disponibilità del prodotto.
Se venisse riconosciuto come prodotto agricolo (quale è), il tartufo entrerebbe nel programma agricolo Comunitario e avrebbe finalmente diritto ai finanziamenti comunitari (Psr), non occorrerebbe neppure una nuova legislazione poiché basterebbe adeguare la nostra a quella europea. Ripeto, l’Italia tornerebbe ad essere competitiva con Francia, Spagna e resto d’Europa.
Il riconoscimento del tartufo come prodotto agricolo credo quindi che non possa essere messo da parte da un legge che abbia come intento quello di rendere giustizia ad un settore fino ad oggi calpestato da chi avrebbe dovuto difenderlo e avrebbe dovuto farne tesoro e bandiera di eccellenza italiana, riconoscimento che la Urbani Tartufi è riuscita a portare al nostro Paese, nonostante gli intoppi legislativi.
Attualmente esportiamo tartufo in oltre 70 Paesi accrescendo il prestigio dell’Italia nel Mondo, ottenendo riconoscimenti in ogni continente; anche per questo contributo ci aspetteremmo un trattamento diverso, non di favore ma di giustizia”.