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URBANI E L’ANGOLO DELLA MUSICA

GIOACCHINO ROSSINI: LA MUSICA E I TARTUFI
Un gourmet sonoro che ha scritto la storia

La felice unione tra musica e cibo affonda le radici nella storia dell’uomo. Metà Odissea è cantata ad un pranzo, la petroniana Cena di Trimalcione è interamente a ritmo di musica, nel Rinascimento era usanza accompagnare i banchetti con buona musica. Più tardi la scena, dalle ville signorili, si spostò ai teatri.
È all’opera che la musica prenderà il primo posto: parlerà di cioccolata in Così fan tutte, di giuncata e marzemino nel Don Giovanni, di jerez e fagiani nel “Falstaff”, di tartufo, seppur in modo meno diretto, nella commedia “Il tartufo” di Molière, dove il pregiato diamante della terra verrà portato a metafora dell’animo umano. Non più la musica che accompagna le vivande ma uno scambio di ruoli dove la tavola sarà definitivamente serva della musica.

L’amore reciproco tra cuochi e musici sembra quasi scaturire da un’omogeneità tra musica e cucina. È possibile ascoltare il cibo? O mangiare le note? E’ possibile trovare ispirazione dagli alimenti?

Ispirazione, genio, talento, dedizione, sono probabilmente tratti comuni alle due sfere.

A togliere ogni dubbio agli scettici, la storia di Gioacchino Rossini, genio italiano di fama mondiale e amante dei tartufi.

Gioacchino Rossini, è stato sia uno dei più importanti creatori del bel canto italiano (oltre trenta opere), sia un devoto appassionato di cucina.

“Non conosco un’occupazione migliore del mangiare, cioè, del mangiare veramente. L’appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore. Lo stomaco è il direttore che dirige la grande orchestra delle nostre passioni”, una dichiarazione che ha fatto il giro del mondo.

Un amore per la cucina che guidava il suo cuore, sprigionando nel suo Io più profondo emozioni così intense da elevarsi a musa ispiratrice delle sue passioni, in primis la musica.
Emblematica la sua dichiarazione: “Ho pianto tre volte nella mia vita: quando mi fischiarono la prima opera, quando sentii suonare Paganini e quando mi cadde in acqua, durante una gita in barca, un tacchino farcito ai tartufi”.

I tartufi, grandissima passione del musicista.

Mentre componeva lo Stabat Mater, scrisse ad alcuni amici: “Sto cercando motivi musicali, ma non mi vengono in mente che pasticci, tartufi e cose simili”.

Tra i piatti preferiti dall’autore del Barbiere di Siviglia e della Gazza ladra,spiccavano i Maccheroni alla Rossini.
Fulbert Dumonteuil ci racconta come la preparazione di certi piatti assumesse l’aspetto di un’autentica cerimonia:”… Fu allora che comparve Rossini, che con la sua delicata mano grassottella, scelse… una siringa d’argento. La riempì di purée di tartufi e, con pazienza, iniettò in ciascun rotolo di pasta questa salsa incomparabile. Poi, sistemata la pasta in una casseruola come un bambino nella culla, i maccheroni finirono la cottura tra vapori che stordivano. Rossini restò là, immobile, affascinato, sorvegliando il suo piatto favorito e ascoltando il mormorio dei cari maccheroni come se prestasse orecchio alle note armoniose della Divina Commedia.”

Durante la sua eccezionale vita parigina Rossini conobbe anche Antonin Carême, il cuoco più famoso del suo tempo, tra i due nacque una grande stima reciproca, che spinse lo chef ad affermare come nessuno al mondo capisse la sua cucina meglio del compositore.

Una volta che Rossini era a Bologna, Caréme, forse per nostalgia di un così fine intenditore, gli inviò per corriere diplomatico un pasticcio di fagiano ai tartufi accompagnato dal messaggio: «Da Caréme a Rossini».
II Maestro rispose con una composizione musicale indirizzata: «Da Rossini a Caréme».

Una delle sue attività preferite era quella di riuscire a trovare qualche nuovo elemento da aggiungere a piatti già noti, ricercando così nuovi aromi e sapori e riuscendo a dar vita a deliziose “variazioni sul tema”. Ottenuto il risultato voluto, ne era orgoglioso tanto quanto lo era di una delle sue arie più amate:
“… Quel che vi interesserà assai più della mia opera, è la scoperta che ho testé fatta di una nuova insalata, della quale mi affretto a mandarvi la ricetta: prendete dell’olio di Provenza, mostarda inglese, aceto di Francia, un po’ di limone, pepe, sale, battete e mescolate il tutto; poi aggiungete qualche tartufo tagliato a fette sottili. I tartufi danno a questo condimento una sorta di aureola, fatta apposta per mandare in estasi un ghiottone. Il cardinale segretario di Stato, che ho conosciuto in questi ultimi giorni, mi ha impartito, per questa scoperta, la sua apostolica benedizione”.

La bella casa parigina del compositore veniva frequentata da politici, intellettuali e artisti, come Dumas, Liszt o Verdi. Per loro il maestro “scriveva” armonie culinarie fatte di “accordi corali” cui contribuivano agricoltura e artigianato di mezza Europa. Da Napoli si faceva inviare i maccheroni, da Siviglia i prosciutti, da Gorgonzola il formaggio, da Milano il panettone. Indispensabili per l’opera rossiniana, specie sull’insalata e i maccheroni, erano i tartufi spediti da Spoleto.