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Il tartufo vanta illustri estimatori in tutte le epoche, non può passare inosservato il grande Leonardo da Vinci, grande amante del fungo ipogeo, sostenitore dell’umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Platina,che, nella sua “De onesta voltate ac valetudine”, il primo trattato rinascimentale sull’alimentazione datato 1468, ci parla del prezioso “tuber”.

Sacchi, nella sua opera, esalta senza indugio il diamante della terra e la tecnica con la quale in Umbria, si cercavano i tartufi:

“Mirabile è il fiuto della scrofa di Norcia, la quale sa riconoscere i luoghi in cui nascono, e inoltre li lascia intatti, quali li ha trovati, non appena il contadino le accarezzi l’orecchio”.

Questo scritto, entrato nella letteratura gastronomica di tutti i tempi, ci dà l’occasione per riflettere sulla storia di questo tesoro nascosto dell’Umbria e sull’importanza che questa regione ha avuto, e tutt’oggi continua ad avere, nell’elevare a rango di eccellenza mondiale, un alimento che fino al medioevo ha avuto un successo altalenante, tra chi lo additava come simbolo diabolico e di lussuria e chi ne esaltava le qualità e l’indiscusso valore gastronomico.

Il fascino del tartufo sta proprio in questo suo mistero: cresce nell’oscurità del terreno, aggrappandosi alle radici degli alberi per poter crescere e compiere il suo ciclo. Ma il suo segreto più grande viene svelato solo a chi ha le capacità di scovarlo ed ha come unico modo per farsi scoprire il suo inebriante profumo.

Questa storia che ricorda i miti più antichi, è coperta di mistero e di inevitabili leggende.

L’Umbria conosce il segreto di questa creatura delle tenebre da oltre trenta secoli ed ha saputo domare con egregia maestria, ogni vissuto storico che il tartufo ha trascorso.

Gli antichi umbri chiamarono “tartùfro” quello che consideravano un sasso profumato e grazie a loro, il futuro Re della tavola, ebbe modo di farsi conoscere al Mondo.

I Romani lo adoravano ma, cosa incredibile, lo acquistavano dalla Libia, senza accorgersi che, poco distante da loro, esistevano giacimenti di tartufo dal valore inestimabile.

Plinio scriveva sul tartufo “cresce isolato e circondato di sola terra, la secca, sabbiosa e fruttifera terra della locatizia Africa”.

Non sarebbe passato molto tempo prima che il tartufo italiano facesse il suo trionfale ingresso sulle tavole delle famiglie più abbienti della Città Eterna.

Tra i primi ad esaltare il tartufo e le sue qualità, il grande Giovenale, amante del tartufo al punto di affermare che “era preferibile che mancasse il grano piuttosto che i tartufi”.

Il metodo più antico per la cava dei tartufi fu, per secoli, l’utilizzo dei maiali, capaci di scovare i tartufi anche tre metri sotto terra grazie alla somiglianza del fungo ipogeo con l’odore degli ormoni del verro, il maschio del maiale. Questo, unito al fiuto eccezionale dell’animale, consentiva di cavare grandi quantità di tartufo. L’unico intoppo era evitare che l’animale mangiasse all’istante il prezioso tesoro, problema che risolsero facilmente grazie all’utilizzo di un anello di ferro applicato all’estremità anteriore del grifo. In seguito, il maiale venne sostituito con il cane soprattutto perché, il minor peso di questo, consentiva spostamenti più agili nei boschi umbri.

L’Umbria, portatrice di un patrimonio storico incredibile, capace di portare il tartufo sulle tavole degli estimatori di tutto il mondo fin dai tempi più antichi.

Una storia che continua anche oggi, con sempre maggiore enfasi ed entusiasmo.

Ruolo da protagonista ha, in tutto questo, la famigli Urbani, la famiglia del tartufo.

Urbani e la storia del tartufo condividono da sei generazioni lo stesso inchiostro, le stesse pagine, di un meraviglioso libro che racconta come ha fatto un diamante della terra ad ergersi a Re delle tavole di tutto il mondo.

E’ la famiglia Urbani, erede di un patrimonio dal valore inestimabile, a dare ancora oggi voce con sempre maggiore forza alla storia ed a costruire le basi del futuro.

Nel piccolo, bellissimo museo del tartufo di Scheggino, si possono seguire le tracce di questa affascinante storia imprenditoriale attraverso strumenti che raccontano un mondo perduto: vecchie autoclavi per la cottura a pressione dei tartufi, graffiatrici a mano e anche “a piede”, che fino al 1950 servivano per chiudere con lo stagno ed il fuoco le scatole di latta, le prime strane etichettatrici e anche una antica “lavatartufi” in ferro con la quale le operaie pulivano con cura i tartufi appena raccolti.

Olga Urbani ci racconta come, per caso, ha scoperto gli scritti del trisnonno in cui si racconta una parte di storia fondamentale: è italiana, marchiata a fuoco Urbani, la scoperta di un nuovo modo di conservare il tartufo. Fu proprio la famiglia Urbani infatti ad inventare la conservazione “ad hoc” del tartufo, surclassando i metodi francesi che fino ad allora avevano fatto “da padroni”.

Una famiglia che, da sempre, con passione e grande rispetto per il territorio, ha reso internazionale l’eccellenza umbra, ha saputo valorizzare di generazione in generazione il passato apportando sempre novità, vincendo nuove sfide, come l’ingresso nel mercato americano, fino a poter dire con orgoglio di rappresentare non solo l’Umbria, non solo l’italia ma l’intero Mondo del tartufo.

Come diceva il Cav.del lavoro Paolo Urbani: Urbani nel mondo vuol dire tartufo.

Oggi come ieri, domani come oggi.