torna indietro

il nome della rosa

“Io non conoscevo ancora quel frutto prelibato del sottobosco che cresceva in Italia, e sembrava tipico delle terre benedettine, vuoi a Norcia (nero) vuoi in altre terre (più bianco e profumato). Severino mi spiegò che cosa fosse, e quanto fosse gustoso, preparato nei modi più vari. E mi disse che era difficilissimo da trovare, perché si nascondeva sotto terra, più segreto di un fungo…”.
Sono le parole di Adso, il novizio protagonista del famoso libro di Umberto Eco ambientato nel 1327, “Il nome della rosa”, quando viene istruito riguardo le virtù del prelibato frutto della terra.
Nel suo best seller Eco, giocando con le parole, fa dire ad Adso: “Ricordo anzi che più avanti negli anni un signore dei miei paesi sapendo che conoscevo l’Italia, mi chiese come mai avevo visto laggiù dei signori andare a pascolare i maiali, e io risi comprendendo che invece andavano in cerca di tartufi. Ma come io dissi a colui che questi signori ambivano a ritrovare il “tar-tufo” sotto la terra per poi mangiarselo, quello capì che io dicessi che cercavano “der Teufel”, ovvero il diavolo, e si segnò devotamente guardandomi sbalordito. Poi l’equivoco si sciolse e ne ridemmo entrambi”.
Eco affronta con maestria un tema conosciuto agli estimatori del tartufo ovvero il carattere misterioso e spesso collegato a leggende diaboliche che ha circondato il diamante della terra per tutto il Medioevo.
Nell’Era di Mezzo, tutto il Mondo conosciuto era diviso i ranghi ed era obbligo che ognuno rispettasse il suo; le gerarchie della natura e quelle sociali seguivano le stesse leggi per cui un elemento come il tartufo, che nasceva nelle profondità della terra, era inferiore ai frutti che nascevano in alto e che per questo erano destinati ai ranghi elevati, alla nobiltà. Per questo motivo il diamante nero fu relegato per molti anni a cibo delle classi povere e meno abbienti ma le abitudini cambiarono in fretta e in poco tempo il tartufo dette sfoggio delle qualità indiscutibili che portava con sé, come ricorda Francesco Francolini, eminente studioso di agraria, che agli inizi del Novecento fece nascere la prima cattedra di Agricoltura a Spoleto. Scrisse con un certo orgoglio: “Antichissima fama godono i nostri tartufi. Già fin dagli ultimi anni del Quattrocento”.
Il prestigio del misterioso fungo ipogeo iniziò così ad aumentare ed insieme a lui, il prestigio dell’Umbria, regione che iniziò a far tesoro di sì tanta fortuna ed a trovare un’identità che comprendesse tra i suoi valori più grandi,quel gioiello della terra sempre più invidiato.
La professione del “tratufano”, il cercatore dell’oro dell’Umbria, nacque qualche secolo dopo. La prima traccia è in un documento contabile dell’ordinamento finanziario di Spoleto, la Tabula exitus, expanse et introitus del 22 agosto del 1400, nel quale venivano annotate le merci che entravano ed uscivano dalla città. Già allora era chiaro il valore dei tartufi per la Terra di origine, un patrimonio che andava difeso, ed è per questo che per smerciarli fuori dal territorio bisognava pagare dazio:”un denaro per libra”.
Così il tartufo assunse anche un ruolo sociale: divenne un segno tangibile dell’identità stessa del territorio.Gli abitanti dei paesi di montagna cominciarono a proteggere in vari modi il prezioso prodotto della loro terra. Innanzitutto vietandone la raccolta a chi veniva da fuori. Lo Statuto di Cerreto di Spoleto vietava infatti agli “stranieri” la raccolta dei tartufi. A Scheggino i tartufi appartenevano per legge ai proprietari dei terreni dove crescevano. Ma i fortunati abitanti del paese, che avevano il senso degli affari, cominciarono presto ad affittare le tartufaie con innegabili benefici.

Ed è proprio a Scheggino che il tartufo troverà, qualche secolo dopo, a metà ‘800, il trampolino di lancio per entrare di fatto nella storia della gastronomia mondiale.

Nacque tutto da un cercatore di tartufi, Costantino Urbani. All’epoca l’egemonia del tartufo era francese, grazie a un complesso sistema di dazi che ne proteggeva la vendita. Costantino Urbani, nel 1858, inventò il metodo di conservazione “ad hoc” del tartufo, del tutto innovativo e nettamente superiore a quello utilizzato dai francesi: per conservare i diamanti della terra, applicava ai barattoli di cristallo una speciale chiusura di sua invenzione che non utilizzava il mastice come facevano i francesi e dava risultati strabilianti.
Iniziò così una proficua esportazione dell’oro umbro a Carprentas, in Francia, dando il via ad una corrente di affari che sono andati sempre più ingrandendosi generazione dopo generazione. Velocemente l’esportazione si diffuse in Francia, Germania, Svizzera e, di pari passo, anche nelle altre regioni d’Italia.  Dopo di lui fu la volta di Paolo Urbani Senior e successivamente di Carlo Urbani che, con l’insostituibile aiuto di sua moglie Olga, non solo divenne pioniere della tartuficoltura in Italia ma anche un grande imprenditore che riuscì a riorganizzare l’azienda intorno ai suoi cari cercatori: i cavatori. Nacque così la Urbani Tartufi che tutto il mondo oggi conosce.
Paolo e Bruno Urbani, figli di Carlo ed Olga senior, rappresentano la quarta generazione a cui si deve la trasformazione di un’azienda bella e grande, ma ancora familiare, in una vera e propria industria meccanizzata e tecnologicamente avanzata. Paolo Urbani, che riuscì davvero a dare un volto nuovo al gioiello di famiglia, fu insignito anche del titolo di Cavaliere del Lavoro con la motivazione di essere riuscito a creare, intorno al tartufo, una vera e propria realtà economica, fiore all’occhiello dell’Italia nel mondo.
Attualmente l’Azienda è leader mondiale del settore del tartufo, detenendo il 67% del mercato mondiale. Giunta alla sesta generazione, è attualmente guidata da Bruno ed Olga Urbani, da Giammarco e Carlo Urbani, figli di Bruno, e da Luca e Francesco Loreti Urbani, i più giovani dell’azienda, figli di Olga.
La passione per il tartufo di respira nell’azienda insieme al profumo dei tartufi freschi che quotidianamente arrivano negli stabilimenti di Scheggino. Un cammino segnato da un profondo rispetto per le tradizioni e l’innata predisposizione all’innovazione, una famiglia che, da sempre, con passione e grande rispetto per il territorio, riesce ad apportare il valore di ogni epoca al patrimonio storico che ne costituisce le fondamenta, una ricetta di successo che ha reso internazionale l’eccellenza umbra, ha saputo vincere nuove sfide, come l’ingresso nel mercato americano, fino a poter dire con orgoglio di rappresentare non solo l’Umbria, non solo l’italia ma l’intero Mondo del tartufo.
Urbani e la storia del tartufo condividono da sei generazioni lo stesso inchiostro, le stesse pagine, di un meraviglioso libro che racconta come ha fatto un diamante della terra ad ergersi a Re delle tavole di tutto il mondo.E’ la Urbani, erede di un patrimonio dal valore inestimabile, a dare ancora oggi voce con sempre maggiore forza alla storia ed a costruire le basi del futuro.