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borgia

Pierfrancesco Giustolo, nato nel 1440, fu un famoso umanista spoletino per anni al servizio di Cesare Borgia. Amante della buona tavola, tra una trattativa diplomatica e l’altra trovò anche il tempo di scrivere il De Croci Cultu, un poemetto sullo zafferano, nel quale, parlando della sua terra, ricordava con fierezza: “E di tartufi abbonda/che di sovente col verace grifo/scava la porca la non rara prole”.

Zafferano e tartufi erano i gioielli alimentari che le città dell’Umbria offrivano come graditissimi doni nelle complesse schermaglie diplomatiche tra i signori del Rinascimento, quando l’assassinio era legalizzato pure a tavola ed erano necessari gli assaggiatori di professione per poi apprezzare, con la dovuta calma, i piaceri del cibo. In mancanza di veleni, di fronte a tanta abbondanza, c’era però anche il rischio di morire di indigestione.

Si dice che Lucrezia Borgia, signora di Spoleto e di Foligno, che soggiornò in Umbria almeno tre anni, amasse particolarmente i tartufi anche per le note virtù afrodisiache delle quali parleremo a breve in un articolo dedicato.

La storia la ricorda come una irresistibile seduttrice. Morì a meno di 40 anni, dopo otto parti ed una vita ricca di colpi di scena. Ma la sua passione per i preziosi tuberi contribuì ad alimentare la leggenda erotica del nobile fungo ipogeo. I sudditi spoletini la accolsero nella munita Rocca di Albornoz con un pranzo memorabile, di 14 portate quasi tutte a base di tartufo.

E così, per i ricchi dell’epoca, il tartufo diventò in fretta un vero “status symbol”.

Vediamo chi era questa donna capace di dettare gusti, costumi e stili della sua epoca.

Tra realtà e leggenda, la figura di Lucrezia Borgia è una delle più affascinanti che il Rinascimento ci abbia lasciato. Unica figlia femmina di Rodrigo Borgia e dell’amante Vannozza Cattanei, fu da subito attratta dal lusso, dalla vita “facile”, della spregiudicatezza di corte, atteggiamento rinforzato dal padre Rodrigo, uomo che amava spendere le proprie giornate tra feste e banchetti, all’insegna dell’eccesso e del vizio.

A differenza dei suoi fratelli, venne educata all’ambiente raffinato della corte, cresciuta come una damigella di un certo rango, perché potesse aspirare a un matrimonio conveniente.

Quattordicenne, la troviamo raffigurata dal Pinturicchio come santa Caterina d’Alessandria, nella Disputa della santa con i filosofi, sotto lo sguardo vigile di suo fratello Juan vestito all’orientale in groppa a un cavallo. Ma Lucrezia sarà tutt’altro, non disdegnerà di assistere alle parate di eccessi di suo padre e di suo fratello Cesare, di godersi gli spettacoli osceni della loro vita a “luci rosse” e non si farà scrupoli a baciare pubblicamente Cesare. Amerà gli abiti scollati e accosterà all’amore fedele di moglie quello intenso e fugace di amante.

Eppure Lucrezia amava. Amava nel modo vulnerabile e dolcissimo di una donna. Amava anche con crudeltà, ricorrendo spesso anche alla violenza contro le amanti dei suoi uomini. Nonostante l’atteggiamento sfrontato e sicuro, Lucrezia era una donna fragile, vulnerabile, costretta spesso a subire i destini che gli uomini della sua vita le imponevano. Era una donna che aveva voglia di amare e di sentirsi ricambiata.

Tutta la sua vita ha avuto come cornice feste, balli e celebrazioni che andavano avanti anche per mesi come nel caso del suo terzo matrimonio, questa volta con  Alfonso d’Este. Il Burcardo dice: «Un banchetto al quale prendono parte cinquanta meretrici oneste, quelle dette cortigiane. Finito di cenare ecco le cortigiane danzare con i servitori e altre persone che si trovano lì; da principio vestite, poi nude. Sempre dopo cena vengono posati in terra i candelabri con le candele accese che illuminano la mensa; dove vengono sparse delle castagne che le meretrici, nude, raccolgono strisciando fra i candelabri sulle mani. Tutto alla presenza e sotto lo sguardo del papa, del duca e di sua sorella Lucrezia».

Lussuria, perversione, vizio, voracità di sentimenti, ma spesso anche profonda solitudine. La vita di Lucrezia è stata segnata da quest’ossimoro continuo. E se il pittore Hieronymus Bosch ha raffigurato la lussuria come un’arpa dimenticata dagli amanti, al centro della scena, è così che ci pare di immaginare Lucrezia negli ultimi anni della sua vita, una fine nella quale la donna ha cercato forse di rinfrancarsi dal delirio della giovinezza. Una vita dedita alla meditazione religiosa e alla penitenza, un rinchiudersi nel suo bozzolo alla ricerca di altro che fosse lontano dalla fugacità terrena. “Sono di Dio per sempre” sarebbero state le ultime parole di Lucrezia. E la sua leggenda è consegnata alla storia.