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Da tempo immemorabile gli esseri umani apprezzano i tartufi non solo per il sapore prelibato, ma anche per le loro proprietà afrodisiache. Nell’ultimo articolo abbiamo parlato di Lucrezia Borgia,irresistibile seduttrice dedita al lusso ed alla vita agiata, si dice che amasse particolarmente i tartufi anche per le note virtù afrodisiache.
Anche grazie a lei il tartufo divenne per i ricchi dell’epoca un vero “status symbol”.

Bartolomeo Sacchi, più famoso come “il Platina”, dette l’imprimatur scientifico a questa nuova caratteristica del diamante della terra. Nel 1474 pubblicò a Roma il libro De honesta voluptate et valetudine, sostenendo che il tartufo: 
«…è un eccitante della lussuria, perciò è servito frequentemente nei pruriginosi banchetti di uomini ricchi e raffinatissimi che desiderano essere meglio preparati ai piaceri di Venere. Se questo viene fatto al fine di procreare, è cosa lodevole. Se invece si fa a scopo di libidine (come sono soliti fare parecchi oziosi ed intemperanti) è cosa quanto mai detestabile».

Insieme a lui e dopo di lui, tutti i medici italiani del tempo concordavano sul potere afrodisiaco dei tartufi.
Molto più sinteticamente, il cuoco bolognese Baldassare Pisanelli, nel suo Trattato della natura de’ cibi e del bere (1583), scriveva dei giovamenti erotici portati dai tartufi: 
«Sono delicati al gusto, aumentano le sperma, e l’appetito del coito…».
Nasce proprio in questo periodo la figura del “ciarlatano”.

I ciarlatani erano grandi esperti di tartufo, il termine stesso viene da “cerretano” e indica gli abitanti di Cerreto, una delle patrie del prezioso fungo ipogeo. I ciarlatani cavalcarono l’onda e iniziarono a preparare elisir d’amore all’essenza del tartufo nero che poi vendevano dappertutto. Il tartufo, che fin dall’infanzia era parte naturale della loro dieta alimentare, di colpo era diventato l’ingrediente ricorrente di medicamenti miracolosi, capaci di curare l’impotenza o di risuscitare la lussuria.

Quei personaggi che affollavano le fiere di tutta Europa, maghi, occultisti, imbonitori, pranoterapeuti, astrologi ed alchimisti, partiti dalla sperduta Valnerina, salivano su improvvisati sgabelli e richiamavano le folle dei mercati con plateali azioni dimostrative e abili artifici retorici.

Bernardino Mei del XVII secolo dipinse un quadro dedicandolo proprio a questi “medici improvvisati” : GLI ELISIR D’AMORE DEI “CERRETANI”

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Per Castore Durante, umbro di origine, famoso botanico del Cinquecento, che fu anche medico del papa, quei funghi potevano stimolare gli appetiti venerei proprio perché “hanno sapore di carne”. Secondo lui, addirittura avevano sessi diversi: i neri erano maschi e i bianchi femmine. E anche se era nato a Gualdo Tadino, zona ancora oggi famosa per il “tuber magnatum Pico”, le sue idee sull’argomento erano quantomeno singolari. Nella sua opera più famosa, Il tesoro della Sanità, un vero e proprio trattato di dietetica, propone addirittura di usarli come deodorante e metterli “nelle cassapanche per dare ai vestiti il loro non ingrato odore”. E consiglia di cuocerli “in teglia con sale, pepe, olio e succo d’arancio” oppure, dopo averli lavati bene con il vino, di scaldarli “sotto la cenere”. Raccomanda anche che “si faccino bollire in brodi grassi con cannella, e appresso si beva buon vino e puro”.

Alle caratteristiche afrodisiache del tartufo, nella mistica Umbria, si contrapponevano le ricette che scrivevano le suore di clausura, spesso amanti del tartufo e alla ricerca di sempre nuovi modi per cucinarlo ed esaltarne le caratteristiche. La scrittrice Giovanna Casagrande ha scovato negli archivi di un convento perugino una ricetta, poi riportata nel libro “Gola e preghiera nella clausura dell’ultimo ’500”, nella quale le monache consigliano di servirei tartufo insieme alle melangole, le arance amare che si raccoglievano a gennaio: “Pulisci e friggili nell’olio: fa delle fette sottili e quando l’olio bolle mettili dentro aggiungendo del sale. Non ce li tenere troppo perché si induriscono. Servili cospargendoli di pepe e succo di arance”.

Nel 1825, il libidinoso tartufo continua a stupire con le sue doti. Brillat-Savarin, politico e gastronomo francese, nella sua “Fisiologia del Gusto” scrive: “Colui che dice tartufo pronuncia una grande parola che risveglia ricordi erotici e golosi nel sesso portatore di gonne, e ricordi golosi ed erotici nel sesso portatore di barba. Questa duplicazione onorevole deriva dal fatto che questo tubero eminente sia considerato non solo squisito al gusto, ma anche dal fatto che lo si crede che elevi una potenza di cui l’esercizio è accompagnato dai più dolci piaceri.Verso il 1780, i tartufi erano rari a Parigi […]. Al momento in cui scrivo (1825) la gloria del tartufo è al culmine. Non si osa dire che ci si è trovati a consumare un pasto in cui non sia stata servita almeno una pietanza tartufata”.

Ci si potrebbe a questo punto domandare, a giusta ragione, se le proprietà afrodisiache dei tartufi siano realtà o fantasia. La risposta viene da alcuni ricercatori delle università di Monaco e di Lubecca, I quali hanno appurato che gli effetti afrodisiaci del tartufo sono reali e vanno attribuiti alla presenza, tra le sue molecole, di sostanze odorose che agiscono al livello olfattivo sia in certi animali sia nell’uomo, determinando una sottile, inconsapevole attrazione sessuale per l’altro sesso.

Pare, infatti, che alcuni tipi di tartufi contengano un composto di tipo steroideo che possiede un odore particolarmente intenso. In altri tipi di tartufi è stata riscontrata una sostanza simile al testosterone; si chiama alfa-androstenolo. Sostanze odorose di questo genere sono prodotte nei testicoli di vari animali (per esempio, maiali, cinghiali e cani). Nella fase di corteggiamento, le molecole steroidee migrano nelle ghiandole salivari e invadono la bocca, attirando così la femmina predisposta all’accoppiamento.
Un prezioso diamante della terra dalle sorprese infinite, e non finiscono qui..