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«Quando mia madre morì, lasciò la fattoria a mio fratello Cassis, il patrimonio in cantina a mia sorella Reine-Claude, e a me, la minore, il suo album e un vaso da due litri con un unico tartufo nero del Périgord, grande come una palla da tennis, sospeso in olio di girasole che, una volta stappato, emana ancora il ricco profumo dell’umida terra del bosco».

 

Il tartufo come un talismano, in queste poche righe di «Cinque quarti d’arancia», noto romanzo di Joanne Harris, è forse il giusto riscontro di tanti secoli in cui il preziosissimo fungo è scivolato nelle pagine di scrittori e nei versi dei poeti, ma anche e soprattutto in un immaginario collettivo, che dall’antichità arriva fino ai giorni nostri.

 

Il tartufo, la cucina, come abbiamo più volte evidenziato, hanno da sempre ispirato gli artisti nelle loro opere: in questo libro, l’autrice, nasconde addirittura un giallo tra le ricette; le atmosfere sono magiche e calde, rese tali grazie soprattutto alla piacevolissima presenza un po’ ovunque del cibo e dei suoi profumi.

 

“Cinque quarti d’arancia” è un lungo monologo della protagonista rivolto ad un interlocutore che viene rivelato solamente alla fine della storia. E’ ambientato sulle rive della Loira durante la Seconda Guerra Mondiale proprio nel periodo in cui i nazisti avevano cominciato a fare occupazione. Si tratta di un vero e proprio giallo scritto nel modo più strano, tra le righe di un ricettario, le parole sono nascoste tra le macchie d’olio ed i vari ingredienti e il lettore riesce quasi a  percepire l’odore delle varie pietanze cucinate dalla protagonista.

 

È scritto in maniera intricata anche se segue un perfetto filo logico ed è proprio in questo modo che rende l’idea della descrizione di un ricordo che si dipana dal passato al presente.

È un libro drammatico, forte, che tocca e turba per la complessità e la ricchezza dei temi trattati.

 

La protagonista è Framboise (anche qui presente il richiamo alla cucina in quanto significa “lampone”), una sessantenne che rievoca, con l’aiuto di uno strano album, l’infanzia, la tragedia della guerra, un episodio oscuro e vergognoso di quel lontano passato e il travagliato rapporto che esisteva tra lei, i fratelli e la madre stessa.

 

Ritornare dopo molti anni al paese natale, ricomprare e ristrutturare la casa dell’infanzia, assumere il cognome del marito di cui era rimasta vedova così da non essere riconosciuta: bisogni irrinunciabili, di cui riuscirà a dare spiegazione a se stessa solo dopo aver ripercorso e narrato tutta la storia.

 

Tra le mani, mentre racconta, ha sempre il quaderno avuto come eredità della madre (unitamente ad un tartufo nero conservato in un grande barattolo): ricette, appunti, annotazioni, frasi troncate a metà e parole quasi senza senso diventano un puzzle da cui emerge, pagina dopo pagina, tassello dopo tassello, la figura di una donna per lei quasi sconosciuta, insieme alla sofferenza, all’amore e al tormento che, con forza distruttrice, la annienteranno.

 

Le ricette di cucina che erano state annotate su quei fogli, ora riprendono vita e diventano la chiave del successo della fattoria rimessa a nuovo che, con pochi tavoli e un gran numero di clienti, assume una fama tale da richiamare i giornalisti.

Ma la ritrosia ad ogni forma di pubblicità, per paura di essere identificata e ricollegata alla lontana tragedia che viene dapprima solo accennata e poi, capitolo dopo capitolo, svelata al lettore, non difende la protagonista dall’avidità del nipote che vorrebbe impadronirsi con propri scopi di quel vecchio quaderno.

 

Sono proprio i rapporti tra i tre fratelli, in cui ognuno svolge un ruolo ben preciso, e quelli tra loro e la madre, il primo tema portante del romanzo. I tre, orfani di padre, vivono la figura materna con la crudele incoscienza dei bambini. La durezza dei comportamenti della donna che si trova ad allevare da sola i figli e a condurre la fattoria, tormentata da violente emicranie contro le quali può combattere solo con pastiglie di morfina, viene dai bambini interpretata come disamore, tanto da renderla ai loro occhi una nemica da battere.

 

E proprio Framboise, la prediletta, la figlia più amata (come anche dal diario emerge) troverà uno stratagemma per provocare alla madre le feroci emicranie che la costringono a letto così da avere la piena libertà di uscire: sono le arance, anche solo il loro profumo, che scatenano un dolore insopportabile alla donna, così la figlia conserva delle bucce d’arancia da mettere nel cuscino della madre quando vuole liberarsi da lei.

“Tagliare in quarti è facile, incidi lungo il centro, poi tagli ancora, ma questa volta avevo bisogno di ricavarne un pezzo in più, sufficientemente grande da bastare al mio scopo, ma troppo piccolo per essere notato immediatamente tra gli altri, un pezzo da far scivolare in tasca, per dopo…”

 

La libertà di movimento serve alla bambina e ai suoi fratelli per intessere rapporti “di scambio” con i tedeschi: piccoli pettegolezzi sugli abitanti del villaggio in cambio di qualche regalo. Ottengono doni di poco conto però preziosi per dei bambini, così come preziose sono per i tedeschi le informazioni che ricevono da loro.

Di certo non c’è nessuna consapevolezza da parte dei piccoli “informatori”, così come non c’è coscienza dello stato di sofferenza in cui vive la madre.

 

Intervengono molti drammatici eventi fino alla tragedia che sgretolerà il nucleo familiare e bandirà la madre dal paese con l’accusa di essere responsabile dell’eccidio nazista che insanguinerà il villaggio.

 

La conclusione però apre a un nuovo sentimento, come a sottolineare che la vita non cancella mai del tutto la speranza.Una storia carica di sentimenti forti, quelli che sconvolgono senza remore e che sono difficili da lasciarsi alle spalle,un giallo sorprendente con un finale che toglie il fiato, un libro che ci sentiamo di consigliare agli amanti della buona tavola e della buona lettura.